Il mio vicino di casa, osservandomi dalla soglia del suo portone che dista appena un metro dal mio, la prima volta che mi ha visto spuntare in fondo al vicolo mi ha squadrato con un misto di ammirazione e sarcasmo e, con sintesi chirurgica, ha sentenziato: “Bello, mi piace… ma è un motorino da viziati”.
Inutile negarlo: aveva centrato il punto. L’Honda Monkey 125 è esattamente questo: un gustoso controsenso su ruote da dodici pollici. Se lo si analizza con la fredda logica dell’utilità, è un disastro totale. Lo compri solo perché te ne innamori follemente, non certo per la sua versatilità. Non puoi farci grandi viaggi (o almeno così dicono), non ha un gancio o il pur minimo vano per una borsa, e, cosa ancor più drastica, non è nemmeno omologato per il passeggero. Anche se lo fosse, il malcapitato ospite dovrebbe possedere le doti atletiche di un gatto per riuscire a dividere con te lo spazio sulla sella.
Persino il suo antico ruolo di “tender” da barca o da camper oggi gli va stretto: questa versione è cresciuta e il manubrio non si ripiega più, rendendolo troppo ingombrante per un gavone standard. Proprio per questa sua identità fuori dagli schemi, lo chiamiamo rigorosamente “Il Monkey”, al maschile. Non è “la” moto anche se ha tutti gli attributi tecnici per esserlo; è piuttosto un piccolo primate meccanico, un giocattolo per adulti che non hanno alcuna intenzione di smettere di giocare. È un’icona pensata per farci sorridere sotto il casco mentre ci specchiamo sfilando le vetrine — alzi la mano chi non l’ha mai fatto!
In merito ai viaggi, però, non è affatto vero che sia impossibile: basta una goliardica voglia di avventura. Ne sono la prova gli amici che hanno affrontato più di una volta i 500 km in un giorno del motoraid Mototrek, o chi si è spinto da Bergamo a Capo Nord con un solo pieno, montando un serbatoio maggiorato realizzato ad hoc da Acerbis.


Sono stato tra i primi ad acquistarlo a Pavia, nel luglio 2020. Probabilmente, tra i tanti motivi che mi hanno spinto dal concessionario anche il fatto che eravamo appena usciti dal primo lockdown, e serviva una distrazione importante: serviva un giocattolo.
Oggi il mio esemplare — il primo modello a quattro marce, di colore giallo — è fuori produzione, e per questo è considerato dagli estimatori uno dei più preziosi. Qualche mese fa, più per per curiosità che per effettiva decisione, ho provato a metterlo in vendita a un prezzo superiore a quello d’acquisto, giustificato dai vari gingilli montati nel tempo, inclusi gli ammortizzatori YSS (molto più efficaci dei troppo morbidi originali) e lo scarico Termignoni che, più che dare un iniezione di potenza, regala una sinfonia degna di una grande orchestra. Un minuto dopo il post sul sito di vendite è scattato il rimorso: vedendo l’assalto dei potenziali acquirenti, ho cancellato tutto e sono giunto alla conclusione che un Monkey è per sempre, ma già lo sapevo!
Passata la paura, il “motorino” è rimasto al suo posto: quando non è in giro per i vicoli di Varzi o tra le stradine di quassù, è parcheggiato direttamente nel mio studio, davanti alla scrivania. Sulla sella una coperta pellerossa (finta) per proteggerlo dalle unghie dei miei gatti, Luna e Sputo, che talvolta ci si accomodano per lunghe dormite. Per i curiosi: quest’ultimo deve il suo nome proprio al “Ragionier Domenico Sputo”, lo pseudonimo di Lucio Dalla che compariva sul citofono della sua abitazione di via D’Azeglio a Bologna.
In un mondo di motociclisti alla ricerca di mezzi sempre più accessoriati ed ingombranti, il piccolo Monkey è un atto di ribellione






