L’India che non cercavo

Benché avessi esplorato con i miei viaggi ben più di un continente, fino a quindici anni fa non avevo mai considerato l’India come una meta capace di sedurmi. Conoscevo i tour organizzati, le rotte classiche per solcare quel vasto subcontinente, ma l’idea di spingermi fin laggiù non aveva mai davvero stuzzicato le corde della mia curiosità.

Tutto cambiò nel 2011, il giorno in cui, quasi per caso, aprii una mail firmata da un certo Buddhi Singh Chand.

Una sfida tra le righe

Era un giovane indiano che aveva studiato in Europa e possedeva una comprensione totale della fame di orizzonti dei motociclisti nostrani. Sfogliando le riviste europee del settore, aveva scovato la mia firma in calce ad alcuni articoli di rally-raid o di viaggio. Mi scrisse svelandomi il suo progetto: voleva ampliare la sua piccola organizzazione Motorcycle Expeditions — allora davvero minuscola — per proporre spedizioni in tutta l’India e nel Sud-est asiatico. All’epoca disponeva soltanto di dodici Royal Enfield 500, ma la determinazione nelle sue parole lasciava presagire il gigante che sarebbe diventato oggi.

Nella notte di Delhi

Buddhi mi attese di notte — l’ora in cui i voli dall’Italia approdano nel mistero indiano — all’aeroporto di Delhi. Fu l’incontro tra due perfetti sconosciuti che si erano scambiati solo frammenti di immagini: lui mi aveva riconosciuto dalle foto dei miei articoli, io da un ritratto inviato via mail per non perdermi tra la folla.

Il suo volto era l’incarnazione dello stereotipo indiano che portiamo nel cuore: un viso fiero alla Kabir Bedi, incorniciato da una barba nera, lunga e curatissima, dalla quale emergevano occhi profondi ed un sorriso amichevole e gentile.

La rotta verso l’incanto

Eravamo solo noi tre: io, lui e il suo meccanico Sikh, che per i precetti della sua fede non indossava il casco, ma sfidava il vento protetto solo dal suo immancabile turbante. Iniziammo a divorare chilometri lungo lo strano, ipnotico dipanarsi delle strade indiane. Mi ritrovai immerso in un ritmo di vita ancestrale, dove la modernità più frenetica bacia la polvere del tempo: restai folgorato nel trovarmi fermo ai semafori, nel cuore del traffico, incrociando lo sguardo placido degli elefanti che ondeggiavano tra le auto e le moto, come antiche divinità in transito.

Ci fermammo ad ammirare la perfezione marmorea del Taj Mahal, quel monumento all’amore che sembra galleggiare nella luce dell’alba, per poi puntare verso l’ardore di Jaipur, la “Città Rosa”. Lì, tra i palazzi scolpiti come merletti e i forti che presidiano l’orizzonte, assaporai il contrasto tra il caos delle strade e la solennità dei monumenti, testimoni di un’epoca di Maharaja e guerrieri.

L’esplosione di Pushkar

Attraversammo infine il cuore del Rajasthan fino a raggiungere Pushkar, nel momento magico della grande fiera degli animali di novembre. È un teatro d’altri tempi: una marea umana che si fonde con migliaia di dromedari e cavalli in un villaggio che esplode di colori, incensi e canti. Un’esperienza totale, vissuta non da spettatore, ma immerso nella realtà pulsante insieme a due indiani veri.

Un’amicizia oltre il confine

Da quell’avventura è nata una collaborazione e un’amicizia. Oggi la flotta di Buddhi Singh Chand conta oltre 120 motociclette. I suoi numerosi dipendenti lavorano fianco a fianco con quello storico meccanico Sikh, che ancora oggi presidia la sede con la stessa dedizione dei primi giorni.

Le moto sono ora dislocate principalmente a Delhi, Goa e Manali, e i suoi viaggi abbracciano Nepal, Mongolia, Tibet ed altre terre remote d’Oriente. Ogni volta che posso, ritorno in quel grande caleidoscopio indiano per accompagnare altri amici tra le polveri e i colori.
Mentre attendo il suo arrivo per il prossimo Motor Bike Expo di Verona, il mio sguardo è già proiettato a novembre 2026: un nuovo viaggio con le moto di Buddhi è già tracciato sulla mappa.

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