Renzo Pasolini, una storia di famiglia

Come una corsa fantastica nel passato, in sella a ferri veloci dalle gomme strette e la carenatura filante, tra le case ed i tornanti rapidi dei circuiti cittadini, quando anche il mondiale si correva unicamente con il coraggio e per puro amore per la velocità. Una intervista speciale di Ferro, fin dentro i ricordi buoni di famiglia di un grande mito che mito non voleva essere: con Stefano Renzo Pasolini, il figlio del “Paso” e la signora Anna Maria, la Signora Pasolini, ho ripercorso alcuni momenti, sconosciuti ai più, della vita di un pilota entrato nella Leggenda.

Un viaggio attraverso un album fotografico in bianco e nero mai aperto pubblicamente fino ad ora, per conoscere l’uomo prima del campione: Renzo Pasolini è una figura impressa indelebilmente nella storia del motociclismo grazie al suo stile, alle sue imprese, ai duelli combattuti soprattutto – ma non solo – con Giacomo Agostini, al suo modo di correre sempre all’attacco, ed alla semplicità dell’uomo di tutti i giorni una volta svestita la tuta in pelle. Le gare di Renzo Pasolini erano sempre a gas aperto:o tutto o niente, o la vittoria o per terra!

« Mio marito era uno come noi, spontaneo, schietto non ha mai voluto essere un divo, anzi sfuggiva questo appellativo perché correva per la sua passione – racconta la signora Anna Maria – teneva ben separate le sue corse dalla famiglia. Io andavo raramente a vederlo perché spesso avevo paura.» Nata in Sardegna da genitori romagnoli, conobbe Renzo Pasolini mentre lui era a fare il servizio militare a Cagliari: « Mio padre era un ufficiale dell’esercito di stanza a Cagliari; i nostri genitori si conoscevano. Così quando Renzo arrivò sull’isola ci siamo a nostra volta conosciuti, anche se da piccolissimi ci eravamo già incrociati, in Romagna.»

In un’epoca in cui il mondiale di velocità non si spostava sui grandi motorhome e non c’erano gli sponsor e le luci della ribalta di oggi, la vita del pilota mondiale e della sua famiglia era più complicata, anche se non mancavano gloria e notorietà.
Fare il pilota significava gareggiare la domenica ed andare in officina il lunedì, a lavorare nell’azienda che ti forniva le moto a fianco dei meccanici. Nulla di strano, cosa che facevano tanti piloti, come faceva Renzo Pasolini in Benelli ed in Aermacchi durante la sua carriera.
Era un buon tecnico, sapeva in tutti i sensi come far andare veloce la moto, anche se molte volte fu sfortunato nello sviluppo delle sue motociclette da corsa, e si allenava molto in palestra.
Figlio di una famiglia di motociclisti, Renzo Pasolini imparò fin da piccolo l’arte della motocicletta perché la motocicletta era di casa: nell’officina di suo nonno Ludovico Pasolini e di suo padre Massimo (anch’egli pilota) prese vita nel secondo dopoguerra il Cigno 125. Progettato in collaborazione conl’ingegner Lino Tonti, lo scooter, che oggi definiremmo “a ruota alta”, fu esposto per la prima volta alla Fiera Campionaria al Grand Hotel di Rimini e fu successivamente messo in produzione dalla varesina Aermacchi proponendosi come alternativa al Moto Guzzi Galletto. Fu proprio in quel periodo che Pasolini Massimo e Renzo, padre e figlio, si trasferirono dalla Riviera Romagnola aVarese.
Dalla collaborazione Tonti-Pasolini nacquero altre interessanti moto, come il siluro giallo Aermacchi battezzato LinTo che conquistò i record di velocità per le cilindrate 50 e 75. Si narra che nel 1956 il LinTo 75 pilotato dallo stesso Massimo Pasolini appena rientrato da una convalescenza per la frattura di un braccio, lanciato sull’autostrada dei Laghi nel tratto da Legnano a Castellanza riuscì a conquistare (benché disturbato da un fastidioso vento laterale!) sia il record sul miglio sia sul chilometro!

Si capisce come, tramandata di generazione in generazione, la febbre della velocità possa essere arrivata al leggendario Paso …

« Io però l’ho sempre considerato come un marito che andava normalmente al lavoro – continua il racconto la signora Anna Maria – perché anche lui voleva fosse così: a volte tornava con qualche preoccupazione, magari la moto che non andava come avrebbe voluto, ma non parlava molto di queste cose. Io non frequentavo tanto l’ambiente delle corse; conoscevo poco Milani, Agostini, Bergamonti e tutti coloro che erano rivali in pista e comunque amici una volta scesi di sella. Però c’erano anche i tanti momenti fuori dalle corse, con gli amici non corridori, con la famiglia: era un romagnolo schietto mio marito, stava in compagnia, gli piaceva ogni tanto giocare a carte, quando poteva tirare un po’ tardi, divertirsi insomma. E stare con Sabrina e Stefano, i suoi figli.»

Era ironico il Paso, sapeva scherzare, come con quei due grossi occhi tipo cartoon appiccicati sul casco a scodella:« Correva indossando necessariamente gli occhiali da vista e sembrava un po’ strano per un pilota – mi racconta Stefano Renzo – Proprio per ironizzare su questa necessità aveva messo questi due occhi in più. Quattrocchi più due: sei occhi in tutto, così, scherzando, affermava di vedere meglio le traiettorie! »

Stefano Renzo Pasolini, secondogenito del “Paso”, ha quarantasette anni e lavora in MV Agusta; corre le gare in salita e si diverte con le moto d’epoca; ma è salito in sella molto tardi: « Dopo la scomparsa di mio padre, in famiglia la moto divenne un tabù. MI piacevano, mi sono sempre piaciute le moto, credo sia normale ed ovvio avere nel DNA questa passione nella storia della mia famiglia. Inizialmente ero costretto a nascondere la moto a casa degli amici. Mia madre non ha mai voluto saperne ed anche ora vorrebbe che smettessi di fare le mie corse, ma sono prudente ed è solo puro divertimento. »

Stefano aveva due anni e mezzo quando accadde la tragedia di Monza: « Purtroppo non ho avuto il tempo per conoscere mio padre davvero. La mamma mi ha raccontato molto di lui fuori dalle piste; per quanto riguarda il pilota sono sempre alla ricerca di racconti, aneddoti … ancora oggi scopro cose sempre nuove, navigo su internet e cerco foto e notizie che non ho!
Sì, portare il suo nome è una bella responsabilità: inizialmente pesava un po’, soprattutto quando salivo in moto in occasione delle rievocazioni storiche, ma ci ho fatto l’abitudine. Vado in moto soprattutto per passione e in fondo era così anche per lui; certamente non con gli stessi risultati ma non ha importanza, mi piace e basta.»

Nella rievocazione della Targa Florio Motociclistica del novembre scorso Stefano Renzo Pasolini è salito per la prima volta su un ferro davvero speciale: la Harley-Davidson 750 usata da suo padre in America. In alcuni scatti fotografici la impressionante somiglianza nei tratti del viso e nei gesti, ha emozionato tanti appassionati. Sotto quel casco jet che il campione non ha mai smesso di utilizzare anche quando iniziavano a diffondersi gli integrali, in molti hanno visto ancora una volta la leggenda del Paso.


Renzo Pasolini

Nato a Rimini il 18 luglio 1938, figlio d’arte, Renzo Pasolini ha debuttato alla fine degli anni cinquanta nel motocross per passare ben presto alla velocità. Dal 1964 al 1973 ha corso il campionato del mondo con Aermacchi, Benelli ed Harley-Davidson, vincendo sei gran premi e conquistando il titolo di vicecampione mondiale della 350 con la Benelli nel 1968, e della 250 con l’Aermacchi nel 1972. Il suo stile di guida, a uei tempi definito “scomposto” e fuori dai canoni (fu uno dei primi se non il primo a piegare allargando il ginocchio verso l’interno della curva), i suoi modi, il suo stile, hanno fatto breccia tra gli appassionati di ogni epoca.
Il 20 maggio 1973, sulla pista di Monza, mentre è guida una Harley-Davidson finalmente performante che gli avrebbe probabilmente permesso di puntare al titolo, cade a causa di un problema tecnico. La caduta coinvolge otto piloti; Pasolini e l’amico e rivale Jarno Saarinen perdono tragicamente la vita.


  • Testo Massimo Tamburelli
  • Foto TambooGarage e archivio famiglia Pasolini
  • Pubbicato su FERRO magazine nell’anno 2018