« Recentemente per muovermi in America ho comprato un van, uno Chevy di quelli vecchiotti, pagato 4000 dollari, ma con gli interni allestiti bene: puoi viaggiare comodo e dormirci dentro, ma non è un camper vero, non ha il bagno né acqua, perciò la notte mi fermo spesso nei parcheggi dei Walmart, che sono aperti h24, così per lavarmi la faccia oppure quando ho bisogno di qualcosa ho tutto a portata. Nei miei viaggi in auto mi sono fermato frequentemente davanti agli Starbucks: ci stai fino alla chiusura, ed anche rimanendo lì fuori con il sedile della macchina ribaltato a mo’ di letto hai il wi-fi disponibile; e la mattina aprono presto, così ti fai subito un caffè, ti lavi, e cominci bene la giornata. Col van non si può: se lo parcheggi davanti alle vetrine e ti metti a dormire dietro arriva subito la polizia che bussa e ti infila la luce della torcia elettrica attraverso i finestrini, per vedere chi sei e che fai.»





« Ho girato gli Stati Uniti con moto, auto, e con quel van, che adesso ho lasciato parcheggiato in un deposito fuori Los Angeles. Sono monogamo in questo senso: ho vagabondato quasi sempre nel paese a stelle e strisce. Ho realizzato il mio sogno di bambino viaggiando e facendo di questo un lavoro, che vuoi di più?!»
Si definisce un “raccontastorie” capace di catturare e narrare le cose che piacciono e che stimolano la fantasia, soprattutto di chi sogna e ama gli States: nato 55 anni fa a Genova, giornalista e documentarista, eterno look da cowboy romantico e tanti tatuaggi su ogni centimetro di pelle, Guido Prussia ha fatto conoscere l’America, principalmente l’ovest, con il suo “Hotel California”: tre serie televisive andate in onda sulle reti Mediaset dal 1997 al 1999 con un format che precorreva i tempi, quasi un reality, girato tutto in digitale, una novità per la tv di allora.
A quelle tre serie ne è seguita una realizzata in Australia, realizzata per la RAI nel 2000 in occasione delle olimpiadi, poi Road to Hollywood per Marco Polo TV, più alcuni documentari italiani, anche per il Ministero del Turismo.
« Sono cresciuto con i miti americani, con Happy Days alla televisione, Tex Willer in edicola, Grease al cinema; ho letto Kerouac, ho sognato la Route 66, gli spazi sconfinati, il Big Sur … poi ci sono arrivato: con la telecamera ho raccontato le curiosità e le cose vere di quel mondo. Le sono andate a cercare, viaggiando spesso da solo, perché così sei costretto a socializzare, a conoscere quella gente che poi entra in empatia e ti racconta la sua storia, ti dice cose sorprendenti che neanche immagini. Ho fatto sei volte il viaggio coast to coast, con mezzi diversi, e molti itinerari sulla costa ovest.
Ho conosciuto i pellerossa: devi sapere che già da piccolo ero dalla loro parte, e sono ancora oggi affascinato dalla loro storia e dal sistema di vita delle loro comunità, organizzate senza regole scritte, ma con ferrei principi.
L’America è un posto dove immaginare e sognare, dove ti puoi innamorare … mi c i sono anche sposato, una volta!»

Come sei arrivato al progetto di Hotel California?
« La cosa nacque quasi per caso: ero in Mediaset, a Italia1, lavoravo per programmi come Ciak – per il quale ha intervistato Ben Kingsley, Kurosawa … – già come giornalista a contratto. Andai in America in vacanza e portai con me una telecamera Sony, la prima digitale in commercio. Realizzai un bel po’ di girato e me lo portai a casa montando subito una puntata zero, tutto di mia iniziativa. A dire il vero avevo già proposto il progetto prima di partire all’allora direttore Giorgio Gori che di primo acchito mi disse che non se ne parlava neppure. Con il montato pronto riuscii a convincerlo a metterlo in onda: fu un vero
boom!»
Quale è stata la forza di questo format?
« Andavo a cercare i miti, passando talvolta dalla porta di servizio, ma arrivando a segno raccontando le cose che ogni turista curioso andrebbe a cercare: sono andato ad Hollywood a rovistare nella spazzatura di Marlon Brando, di Jack Nicholson, Brad Pitt, di Madonna, e mostravo le estreme stranezze dei vip. Sono andato all’incrocio di Cholame dove James Dean volò via con la “Little Bastard”, sono risuscito ad intervistare Pamela Andersson, sono andato a cercare la casa di Happy Days (ora ci abita un signore giapponese) e sono andato ovviamente a cercare la casa del mito Jeffrey Lebowski – il Grande Lebowski – a Venice Los Angeles, ma non ho avuto il coraggio di bussare per non rompere le palle al fortunato proprietario del famoso villino! Invece il bowling dove il Drugo, Walter Sobchak e Donny andavano a giocare ed a perdere tempo non c’è più.»
« Insomma fu un vero successo: fornivo il programma a costo zero, era, come si dice un progetto barter, dove gli sponsor sostengono le spese di realizzazione. Aveva ascolti molto alti ed al terzo anno di programmazione arrivammo al top con la realizzazione di un libro, un sito dedicato ed una compilation distribuita su CD.»
E poi?
« Poi ho deciso di andarci ad abitare in California ed ho lasciato il contratto che avevo alla televisione per andare in America per davvero: tre anni per entrare al cento per cento in quella realtà. Ritornai per la morte di mio padre.
Dopo Hotel California ho fatto una versione Australiana durata una sola edizione, commissionata dalla RAI in occasione delle olimpiadi: sono arrivato all’Ayers Rock percorrendo quelle strade interminabili con una BMW R 1200 C. Per la serie americana avevo usato invece una Yamaha Dragstar.»



Appunto: parliamo di moto …
« Pensa che per salire su una moto ho dovuto aspettare di compiere 30 anni: in casa non si poteva parlare di moto o motorini. Ricordo che da piccolo mi appiccicavo alle vetrine dei concessionari di Genova e mi accontentavo lustrandomi gli occhi in quel modo. Così dovetti aspettare di diventare grande: a 30 anni mio padre mi regalò un appartamento a Milano, che vendetti subito per comprarmi … tre Harley-Davidson in due mesi! Erano una Springer, una Softail ed una Fat-Boy: non sapevo quale scegliere e le comprai tutte e tre!
Andai a ritirare la prima in via Niccolini a Milano ed alla consegna mi spiegarono come usarla: le luci qui, il bloccasterzo così, le frecce qui … Immagina lo stupore quando gli dico che io la moto non l’avevo mai guidata, e che dovevano spiegarmi da zero come si guida! Beh, con quattro rapide istruzioni sono diventato motociclista!»
« Poi ne sono venute altre, e tutte sono passate nella mia vita come oggetti con l’anima: io penso che anche le cose abbiamo un’anima e soprattutto le moto ti possono lasciare ricordi come gli amici che incroci nel corso della vita.
Mi piace viaggiare in moto, guardare il panorama con calma: non sono un veloce. Ricordo viaggi molto belli come una Milano-Barcellona tutta di notte, con tutte quelle luci che ti scorrono a fianco e ti aiutano a fantasticare, e poi un giro pazzesco fino in Grecia attraverso Austria e Balcani. E naturalmente i viaggi in America anche per le edizioni di Hotel California, fatti anche a febbraio per esigenze di produzione: un freddo bestiale, ma sempre in sella! Ti assicuro anche malgrado il gelo non ho mai messo la moto sul carrello!
Ora di moto non ne ho: l’ultima è stata una Triumph Thruxton che ho venduto poco tempo fa, ma per l’estate prossima ci sto pensando.»
Ed oggi che fa Guido Prussia?
« Vivo qui sulla Cisa a Berceto con i miei due cani, Baby, una staffordshire, e Jack il lagotto. Al ritorno dall’America ero andato ad abitare a Milano, in un monolocale, poi ho traslocato qui sull’Appennino. Dopo Hotel California mi sono inventato vari lavori: hodiretto un piccolo giornale, ho venduto magliette, ed ora seguo alcuni progetti tra cui“Ho sempre voglia di partire” (hosemprevogliadipartire.com) che sui social conta quasi 3.500.000 visualizzazioni e 650.000 interazioni alla settimana. Realizzo i contenuti per Carrera Stories su facebook con diciassettemila followers e 28 mila interazioni, e per il mio “Da piccolo stavo con gli indiani”, 215mila followers.
Il progetto Ho sempre voglia di partire potrebbe diventare presto qualcosa di più di un social e diventare una specie di agenzia viaggi con proposte molto particolari.
L’America mi manca sempre, soprattutto quella pura, on the road; pensa che quando di notte sono nervoso e non riesco a prendere sonno, salto in macchina e vado a parcheggiare davanti all’autogrill qui vicino: giù il sedile e dormo lì, come davanti a Starbucks! Ma presto ci torno!»
GUIDO PRUSSIA nato a Genova il 5 giugno 1963, è giornalista professionista e documentarista, ha realizzato programmi per RAI, Mediaset e SKY.
Ha scritto vari libri per Mondadori e Sperling.
- Testo di Massimo Tamburelli
- Foto TambooGarage e archivio Guido Prussia
- Pubbicato su FERRO MAGAZINE nell’anno 2018

